Maro è un tipico borgo rurale di antiche origini, la cui storia si legge nelle sue pietre. Collocato a 705 metri sul livello del mare, sul versante sud-orientale della Pietra di Bismantova, gode di una posizione privilegiata che si affaccia sulla media valle del Secchia.
Già nel lontano 1611, risultava essere il più importante dei sobborghi rurali della vicina Vologno, a testimonianza del suo ruolo centrale per le comunità contadine della zona.
Passeggiando per le sue stradine, si respira ancora l'atmosfera della vita di montagna di un tempo. Il cuore pulsante della comunità era, fino a pochi anni fa, la latteria sociale per la produzione del Parmigiano Reggiano, un luogo di lavoro e di aggregazione che ha scandito per generazioni la vita economica e sociale del borgo.

Il Patrimonio Architettonico: L'Oratorio di Sant'Anna e la Torre
Dal punto di vista architettonico, Maro conserva due elementi di grande interesse storico e artistico.
- Oratorio di Sant'Anna: Situato all'ingresso del borgo, questo piccolo edificio sacro è noto fin dal 1746. La sua struttura è semplice e affascinante, con una classica forma a capanna e un paramento murario interamente in pietra. I dettagli più pregiati sono gli angolari realizzati con conci alterni in arenaria finemente lavorata, che denotano una cura costruttiva non comune per un piccolo oratorio rurale.
- Struttura a Torre: All'interno del tessuto abitativo del borgo, è visibile un'antica struttura a torre, anch'essa con paramento in pietra -1. Sebbene non siano note con precisione le sue origini e la sua funzione originaria (forse un avvistamento o una dimora signorile fortificata), la sua presenza attesta l'antichità e l'importanza strategica dell'insediamento, in posizione dominante sulla vallata.

Maro e la casa nella cunella: una storia di resistenza, coraggio e sacrificio nell'Appennino Reggiano
Lasciatevi Reggio alle spalle. Salite verso la montagna, dove l'aria si fa sottile e il respiro della storia ancora oggi si sente tra gli alberi. A poca distanza da Castelnovo ne' Monti, sulla sinistra, si apre una strada comunale che abbraccia ai piedi l'imponente Pietra di Bismantova, quel mastodontico scoglio roccioso che da secoli veglia su queste terre. Percorrete un breve tratto, oltrepassate il paese di Maro, e lì, nascosta agli sguardi come un segreto gelosamente custodito dalla vegetazione, troverete la casa nella Cunella.
Una piccola costruzione in pietra, eretta con le stesse mani che lavoravano questi monti, con la stessa fatica antica dei contadini. Sembra quasi volersi confondere con il paesaggio, e forse è proprio per questo che è sopravvissuta, nel silenzio, a raccontare una storia che non possiamo permetterci di dimenticare.

L'autunno che cambiò tutto: ottobre 1943
Era la fine di ottobre del 1943 quando la guerra, già feroce in Europa, squarciò anche la quiete di questi Appennini. I fratelli Cervi, sette figli di questa terra, sette cuori che non si piegarono, disarmarono il presidio dei carabinieri a Toano. Fu come una scossa elettrica: in tutta la montagna, gruppi di ex militari e giovani che dissero no alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò cominciarono a organizzarsi. Non avevano uniformi, non avevano esercito. Avevano solo il coraggio e la determinazione di chi non accetta di vivere in ginocchio.
Nacquero così i primi gruppi partigiani. All'inizio azioni piccole, quasi timide: sabotaggi, recupero di armi. Ma il seme era piantato, e avrebbe germogliato sangue e libertà.
Due angeli in tonaca e cattedra
Tra le figure che illuminarono quei giorni bui, due nomi brillano di luce propria: don Domenico Orlandini, che i partigiani chiamavano "Carlo", e il professor Pasquale Marconi, per tutti "Franceschini". Erano entrambi antifascisti, entrambi uomini di pace costretti a fare i conti con la guerra. E furono tra i primi a creare qualcosa di straordinario: una rete di "case di latitanza", rifugi sicuri per i feriti, per gli ex prigionieri alleati in fuga, per i soldati italiani che non volevano più combattere per un ideale in cui non credevano.
Nella geografia segreta dell'Appennino presero forma sentieri invisibili. Dalla pianura, uomini e donne in fuga si inerpicavano verso l'alto, evitando le strade principali, seguendo percorsi che solo i montanari conoscevano. Punti di riferimento? Le canoniche, come quella di don Carlo a Poiano. E poi le "case sicure", come la piccola costruzione nella Cunella, così ben nascosta dalla vegetazione che sembrava non esistere affatto. Da lì, attraversando boschi e campi, si poteva raggiungere l'Ospedale di Castelnovo, l'ospedale che il professor Marconi aveva contribuito a fondare. Una via di salvezza tracciata nel cuore della guerra. I primi due partigiani portati alla Cunella e li curati furono Dino Ferri, detto "ferro", e Giuseppe Orlandini, detto "corvo".

Le donne: eroine silenziose
Troppo a lungo abbiamo raccontato la Resistenza come una storia di soli uomini. Qui, su questi monti, le donne scrissero pagine di coraggio che non possono essere dimenticate. Lottavano per la pace e la libertà, certo, ma anche per la propria indipendenza, per la propria identità calpestata.
C'era chi imbracciava il fucile, chi portava informazioni vitali nascoste nella biancheria o nella spesa, chi procurava viveri e medicinali, chi faceva da staffetta tra i nuclei partigiani, chi trasportava armi e munizioni sotto gli occhi dei nazifascisti. E poi c'era l'organizzazione sanitaria, forse la più delicata, la più pericolosa.
Laura Quadreri, nome di battaglia "Foresta", decise di seguire i partigiani. Non imbracciò un fucile, ma qualcosa di altrettanto prezioso: una cassetta di primo soccorso che il professor Marconi le affidò personalmente. Doveva curare i feriti, lì dove cadevano, sotto il fuoco nemico. I più gravi venivano trasportati con mezzi di fortuna alla Cunella, quel rifugio nascosto tra gli alberi. E da lì, con documenti falsi, identità inventate, venivano portati in ospedale.
Il sangue di Cerre Sologno: 15 marzo 1944
Il 15 marzo 1944, nei pressi di Cerre Sologno, la guerra partigiana nel reggiano scrisse una delle sue pagine più cruente e gloriose. Uno scontro di proporzioni enormi, combattuto con rabbia e disperazione. I partigiani, tra cui Primo Donnini, detto "Gallo", riuscirono ad avere la meglio. Ma il prezzo fu alto. Tra i feriti gravi c'era il capitano Miro, che venne portato alla Cunella e poi all'ospedale.
Qui entrò in scena un'altra eroina dimenticata: Suor Paola Nervi. Una donna di fede che non esitò a sfidare ogni regola, ogni comandamento imposto dagli uomini. Falsificò la cartella clinica del capitano Miro, inventò malattie contagiose per altri partigiani, li nascose persino tra i malati di mente del reparto psichiatrico. Per questo suo coraggio, per aver collaborato con Marconi, Suor Paola venne arrestata e trascorse settanta giorni in prigione. Settanta giorni di buio per aver portato luce.

La Linea Gotica: l'Italia spezzata in due
Il 4 giugno 1944, mentre gli Alleati entravano a Roma, i tedeschi si attestavano sulla Linea Gotica. Un sistema di fortificazioni che tagliava l'Italia in due, dal Cinquale in Versilia fino a Rimini, seguendo il crinale appenninico. La geografia stessa diventava un'arma: montagne, valli, passi impervi. E in mezzo, uomini e donne che cercavano di sopravvivere e resistere.
Il 10 giugno, all'alba, le truppe fasciste rinforzate dalla gendarmeria tedesca si mossero da Castelnovo verso la Sparavalle. I partigiani che presidiavano il fortino lungo la Statale 63 videro il movimento. Erano in pochi, pochissimi, contro un nemico superiore. Ma decisero di restare, di resistere. Attaccati da due lati, dovettero infine ritirarsi, arrampicandosi sul monte Campestrino, portando con sé le loro armi e la loro dignità.
Laura Quadreri era lì, sempre lì. Seguiva le battaglie da vicino, pronta a curare, a salvare. E la casa nella Cunella continuava ad accogliere i più gravi, i ragazzi che non ce l'avrebbero fatta senza quelle mani pietose.
La strage della Bettola: 23 giugno 1944
Il 23 giugno 1944, la guerra mostrò il suo volto più atroce. Alla Bettola, i nazifascisti massacrarono trentadue civili. Donne, uomini, bambini. Nessuna distinzione, nessuna pietà. Trentadue vite spezzate solo perché italiani, solo perché sulla strada di chi voleva dominare. Il sangue innocente bagnò quella terra, e il ricordo di quel massacro ancora oggi pesa come un macigno sulla coscienza di chi vuole dimenticare.
L'offensiva dell'estate: fine luglio 1944
A fine luglio, i nazifascisti scatenarono un'offensiva massiccia. Volevano liberare la Statale 63, vitale per i loro rifornimenti. Iniziò una gigantesca operazione di rastrellamento: razzie di bestiame, deportazioni in Germania, case bruciate. I partigiani furono costretti a interrompere ogni comunicazione con le famiglie. L'isolamento più totale.
Fu allora che Giovanna Quadreri, sedici anni, sorella di Laura, decise di agire. I partigiani la chiamavano "Liberta", e nome più azzeccato non poteva esserci. Era abituata a camminare fin da bambina, conosceva ogni sentiero che da Reggio saliva in montagna. Si mise in cammino da sola, affrontando il pericolo di ogni passo, di ogni fruscio, di ogni controllo nemico. Voleva trovare sua sorella. E la trovò.
Le sue qualità non passarono inosservate. Giovanna divenne una staffetta fondamentale al servizio del Comando Inglese. Coraggiosa, silenziosa, instancabile, contribuì alla riuscita di operazioni militari cruciali. Tra tutte, l'Operazione Tombola del 25 marzo 1945, che portò allo sbaragliamento del Comando Tedesco a villa Rossi di Albinea. Un colpo mortale inferto al cuore del nemico, grazie anche al coraggio di una ragazzina di sedici anni.
Pasqua di sangue: 1° aprile 1945
Il 1° aprile 1945, domenica di Pasqua, mentre in molte case italiane si pregava per la pace, a Ca' Marastoni, nel comune di Toano, infuriava la battaglia. Un violento attacco tedesco venne fermato dai partigiani, ma a caro prezzo. Quel giorno passò alla storia come la Pasqua di sangue. L'ultimo grande scontro prima della fine.
E poi la Liberazione!
Finalmente, dopo mesi e anni di lotta, di paura, di morte, arrivò la Liberazione. Le campane suonarono a festa, la gente scese nelle strade, i partigiani scesero dalle montagne con le loro divise logore e i loro sorrisi stanchi. La guerra era finita. La libertà era stata riconquistata.
Ma per molti, per Laura, per Giovanna, per Suor Paola, per don Carlo, per il professor Marconi, per tutti quei ragazzi che non fecero ritorno, la pace aveva il sapore amaro del sacrificio. Avevano dato tutto perché noi potessimo vivere in un paese libero.
Non dimenticare
Oggi, quando camminate per questi sentieri, quando passate davanti alla casa nella Cunella, nascosta tra gli alberi ai piedi della Pietra di Bismantova, fermatevi un istante. Chiudete gli occhi e ascoltate. Il vento che soffia tra i rami, il fruscio delle foglie, il silenzio della montagna. In quei suoni, in quel silenzio, vivono ancora le voci di chi ha lottato, di chi ha sofferto, di chi ha sperato.
Questa terra è stata scenario di vita e di morte per donne e uomini, giovani e vecchi, bambini costretti a crescere in fretta. Con le loro azioni, durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno scritto una pagina fondamentale della nostra storia. Una pagina che non possiamo permetterci di strappare, di dimenticare, di trascurare.
Perché la memoria è l'unica arma che abbiamo contro il ritorno dell'orrore.
La Comunità Marta Maria

A Maro, piccolo borgo ai piedi della Pietra di Bismantova, sorge la Comunità MartaMaria, una cooperativa sociale nata dall'ispirazione di una famiglia locale per creare un progetto di accoglienza e lavoro radicato nel territorio.
La sua missione principale è l'accoglienza in Casa famiglia di adulti in difficoltà, in particolare con disabilità, affiancata da inserimenti lavorativi per persone svantaggiate.
Ispirandosi ai valori evangelici di Marta e Maria (simbolo di servizio e ascolto), la comunità opera come una "famiglia allargata" che integra preghiera, condivisione e vita a contatto con la natura. A questo si affianca un'azienda agricola biologica che produce e vende frutti di bosco, confetture e miele, offrendo anche visite guidate nello spaccio aziendale situato proprio nel cuore del borgo di Maro.
Chi vuole saperne di più o acquistare prodotti come confetture, miele ed altre prelibatezze, può consultare il sito della Comunità:
https://www.martamaria.org/